IL FUTURO DI IERI | Carte e vedute di città: un excursus sulla rappresentazione dello spazio urbano

Contenuto

News del
20/03/2026
Michael Wohlgemuth, Genova, da "Il Liber Chronicarum" di Hartmann Schedel (1483)

Dall'intervento di Marco Folin (Università degli Studi di Genova) in occasione della conferenza del 19 marzo 2026 nell'ambito della mostra "Il futuro di ieri"

Claudio Tosi

Ogni mappa è un'interpretazione. Non una finestra trasparente sul mondo, ma uno strumento costruito da qualcuno, per uno scopo preciso, in un preciso momento storico. È questa la tesi che Marco Folin (Università di Genova) ha sviluppato nel suo intervento, introdotto da Matteo Previtera (Comune di Genova) nell'ambito della mostra “Il futuro di ieri”: un percorso di quasi duemila anni attraverso la storia della rappresentazione urbana.

Il punto di partenza è un confronto apparentemente semplice: una mappa topografica di inizio Novecento accanto alla veduta di Genova del 1493 attribuita a Michael Wolgemut. La prima ci appare precisa e scientificamente affidabile, la seconda ci sembra una rappresentazione ingenua o fantasiosa. Ma è proprio questa distinzione intuitiva che la nostra riflessione mette sistematicamente in crisi: entrambe sono costruzioni. Entrambe scelgono cosa mostrare, come orientare lo spazio, quali elementi privilegiare e quali omettere.

 

Lo stesso principio vale per la fotografia, che pure ci appare come lo strumento più oggettivo in assoluto. Nella celebre immagine del “Boulevard du Temple” scattata da Louis Daguerre, la strada appare quasi deserta, silenziosa, spopolata. Non perché fosse vuota: i lunghi tempi di esposizione della tecnica ottocentesca cancellavano semplicemente tutto ciò che si muoveva. L'unica figura rimasta impressa sulla lastra è quella di un uomo fermo. L'immagine non mostra la realtà della strada, ma ciò che la tecnica consente di registrare, con i suoi limiti e le sue caratteristiche.

 

Le mappe possono essere ancora più insidiose della fotografia, proprio perché rivestite di un'aura scientifica che le fa sembrare oggettive per definizione. La carta del Giappone del Seicento, ad esempio, non è una rappresentazione neutra della geografia: organizza lo spazio secondo categorie buddhiste, con il Giappone al centro e una struttura simbolica che riflette una visione del mondo. Quando le mappe europee di Matteo Ricci arrivano in Asia, modificano profondamente questi modelli mentali. Le mappe non si limitano a riflettere il mondo: lo trasformano.

 

Sarebbe però sbagliato concludere che la rappresentazione precisa dello spazio sia una conquista recente. Gli antichi possedevano già strumenti sofisticati e una riflessione teorica matura. Eratostene calcolò la circonferenza terrestre con un'approssimazione sorprendente. Claudio Tolomeo elaborò un sistema fondato su coordinate, meridiani e paralleli, distinguendo tra geografia, cioè la rappresentazione della Terra su larga scala, e corografia, ovvero la descrizione di luoghi particolari. I Romani erano in grado di rappresentare le città in modo analitico, attraverso tecniche avanzate di rilevamento del territorio.

 

Pensiamo alla “Forma Urbis Romae”, la grande pianta marmorea della Roma imperiale che ricopriva un'intera parete del Templum Pacis. Oggi ne restano migliaia di frammenti, in parte ancora dispersi e non identificati. Solo una porzione è stata ricomposta. La sua ricostruzione, avviata da secoli, è ancora in corso e probabilmente non sarà mai completa.

È una metafora precisa per la conoscenza dello spazio urbano in generale: sempre parziale, sempre stratificata, sempre aperta. Ogni mappa è un frammento. Ogni rappresentazione cattura qualcosa e lascia cadere qualcos'altro.

 

Nel Medioevo queste pratiche sembrano dissolversi. La spiegazione tradizionale parla di decadenza, di perdita di saperi tecnici. Non è però una perdita di capacità, piuttosto di necessità. Senza uno Stato centralizzato come quello romano, che richiedeva la misurazione sistematica del territorio a fini amministrativi, fiscali e militari, semplicemente non c'è più ragione di produrre quel tipo di cartografia.

Le rappresentazioni cambiano quindi funzione, non qualità intellettuale. La pianta di San Gallo del IX secolo non intende misurare lo spazio: organizza un ideale monastico, una visione della comunità religiosa perfetta. La mappa di Roma di Paolino Minorita, inserita nella sua “Chronologia magna”, non è una carta della città come appare, ma una carta della sua storia: elementi di epoche diverse convivono nello stesso spazio per raccontarne la memoria stratificata. È una rappresentazione temporale più che topografica.

Anche quando una mappa medievale appare sorprendentemente realistica, come quella di Talamone del 1306, si scopre che tale somiglianza con la realtà non deriva da un'osservazione diretta sul terreno, ma dalla struttura stessa del territorio rappresentato, che si presta a una resa schematica riconoscibile.

 

Tra Quattrocento e Cinquecento cambiano insieme le categorie mentali e gli strumenti. Con Leon Battista Alberti si afferma una riflessione teorica destinata a durare: la prospettiva, tipica dei pittori, è efficace visivamente e immediatamente comprensibile, ma non consente misurazioni; la pianta, meno intuitiva e apparentemente più astratta, permette invece una rappresentazione proporzionale e operativa dello spazio, dalla quale si possono ricavare distanze, superfici, rapporti.

Nonostante questo progresso teorico, la cartografia analitica resta a lungo un'eccezione costosa e rara. Richiede risorse, tempo, competenze e soprattutto una committenza disposta a sostenerla. Un caso emblematico è la celebre pianta di Imola realizzata da Leonardo da Vinci nel 1502, commissionata da Cesare Borgia nell'ambito delle sue campagne militari in Romagna: un capolavoro assoluto di precisione e metodo, ma appunto reso possibile da una committenza del tutto straordinaria, non da una pratica diffusa.

Le mappe continuano perlopiù a rispondere a esigenze specifiche e contingenti. Quelle militari, come le vedute realizzate da Anton van den Wyngaerde al servizio delle monarchie europee, privilegiano la riconoscibilità visiva, la leggibilità immediata per chi deve muoversi o combattere in un territorio. Quelle fiscali e amministrative sono spesso schematiche, ma funzionali allo scopo per cui vengono prodotte. La forma di una mappa segue sempre la sua funzione.

 

Il grande incendio di Londra del 1666 rappresenta un momento di forte accelerazione nella storia della cartografia urbana. La città distrutta pone insieme problemi urbanistici, giuridici e sociali di enorme complessità: prima di ricostruire materialmente, occorre ricostruire sulla carta, stabilire confini, assegnare responsabilità, pianificare interventi.

Wenceslaus Hollar risponde con una rappresentazione innovativa: distingue visivamente le parti della città rimaste intatte, rese in veduta, da quelle distrutte, rappresentate in pianta con il bianco dei vuoti. La mappa rende visibile e misurabile l'entità del disastro. Parallelamente, Robert Hooke avvia una ricostruzione sistematica dei confini delle proprietà urbane attraverso la raccolta di testimonianze giurate degli abitanti. La mappa diventa uno strumento operativo per affrontare una crisi, non più solo un documento descrittivo o celebrativo.

 

Nel Settecento si afferma una nuova pratica destinata a trasformare profondamente il rapporto tra spazio e amministrazione: il catasto. Non nasce da riflessioni teoriche astratte, ma da esigenze fiscali molto concrete. Il catasto teresiano e quello leopoldino introducono una misurazione sistematica del territorio, collegando ogni particella cartografica a una descrizione scritta precisa.

Da questa pratica discende buona parte dell'organizzazione dello spazio urbano che ancora oggi diamo per scontata: i numeri civici, la toponomastica sistematica, l'identificazione univoca di ogni proprietà e ogni luogo. Opere come la “Nuova Pianta di Roma” di Giambattista Nolli (1748) rappresentano un tentativo straordinariamente ambizioso di sistematizzazione cartografica della città, rimasto però un'impresa finanziariamente rischiosa nonostante la sua qualità eccezionale.

 

Parallelamente emergono nuove forme di cartografia legate ai mutamenti sociali del secolo. Genova stessa conosce in questo periodo la produzione di guide e mappe per viaggiatori ad opera di Giacomo Brusco, testimonianza concreta di una nuova domanda di orientamento pratico nello spazio urbano: non più solo i sovrani, i militari o i funzionari fiscali hanno bisogno di mappe, ma anche i mercanti, i visitatori, i curiosi.

 

Le mappe non ci dicono com'era il mondo. Ci raccontano come gli esseri umani lo hanno pensato, organizzato, conteso e trasformato nel tempo. E in questo senso, guardare una carta antica di Genova non è un esercizio di nostalgia antiquaria: è un modo di capire chi l'ha prodotta, perché, per quali occhi, e quale idea di città aveva in mente mentre disegnava.

 

 

Immagine: Michael Wohlgemuth, Genova, da "Il Liber Chronicarum" di Hartmann Schedel (1483)

Ultimo aggiornamento: 20/03/2026