
Dalla Lanterna alla Foce, don Claudio Paolocci ha ricostruito la presenza degli antichi insediamenti religiosi e il loro rapporto con le grandi trasformazioni urbanistiche tra Ottocento e Novecento. Un viaggio nella città scomparsa attraverso cartografia storica, vedute e immagini d'epoca.
Un itinerario attraverso una Genova che in gran parte non esiste più, ma che continua a essere leggibile nelle mappe, nelle immagini storiche, nei nomi delle strade e, talvolta, nelle strutture nascoste all'interno degli edifici contemporanei. È stato questo il filo conduttore dell'incontro “Topografia religiosa a Genova e le trasformazioni urbanistiche tra Otto e Novecento”, tenuto il 5 settembre da don Claudio Paolocci, direttore della Fondazione Franzoni, nell'ambito della mostra Il futuro di ieri. Una storia di mappe e trasformazioni a Genova.
Introdotto da Matteo Previtera del Comune di Genova, l'incontro ha affrontato un aspetto fondamentale, ma non sempre immediatamente percepibile, della storia urbanistica cittadina: la straordinaria diffusione di conventi, monasteri, chiese e altri insediamenti religiosi, maschili e femminili, che ancora all'inizio dell'Ottocento occupavano una parte considerevole del territorio urbano.
Paolocci ha scelto di raccontare questa presenza attraverso un percorso da ponente a levante, da San Teodoro e dalla Lanterna fino alla Foce, concentrandosi sulla città racchiusa nel grande perimetro delle Mura Nuove seicentesche e lasciando fuori, per ragioni di tempo, le valli Polcevera e Bisagno. L'obiettivo non era soltanto individuare gli edifici religiosi scomparsi, ma comprendere quanto la loro presenza avesse contribuito per secoli a determinare la forma stessa di Genova e quanto, di conseguenza, la loro soppressione e trasformazione abbia inciso sulla costruzione della città moderna.
Le soppressioni e una città che cambia funzione
Uno dei passaggi decisivi fu rappresentato dalle diverse soppressioni degli ordini religiosi, iniziate dopo la fine dell'antica Repubblica e proseguite, sotto governi differenti, durante la prima metà dell'Ottocento, nel 1855 e poi nel 1866. Chiese e conventi persero così in molti casi la loro funzione originaria. Alcuni furono trasformati in caserme, scuole, carceri, ospedali o abitazioni; altri furono venduti, frazionati oppure definitivamente demoliti.
Questo processo coincise con una fase di trasformazione senza precedenti: Genova aveva bisogno di spazio per il porto, le ferrovie, le nuove strade, gli edifici pubblici e l'espansione residenziale. La proprietà ecclesiastica diventò quindi uno dei luoghi fisici sui quali la città ottocentesca poté costruire se stessa.
A guidare il racconto sono state anche le immagini storiche, in particolare vedute e acquerelli utilizzati da Paolocci per mostrare concretamente il cambiamento della facies urbana. Fra gli autori ricorre Luigi Garibbo, straordinario testimone visivo della Genova dell'Ottocento, le cui opere documentano edifici e paesaggi proprio negli anni in cui stavano per essere radicalmente trasformati.
San Teodoro e Fassolo: porto e ferrovia ridisegnano il ponente cittadino
Il percorso è iniziato nei pressi della Lanterna, con la grande abbazia benedettina di San Benigno di Capodifaro. Fondata nel Medioevo e soppressa alla fine del Settecento, fu progressivamente inglobata nelle strutture militari; intorno alla metà dell'Ottocento quanto ne rimaneva venne demolito per la realizzazione delle caserme di San Benigno. Anche queste sarebbero poi scomparse con lo sbancamento novecentesco del colle.
Poco distante si trovava l'antica chiesa di San Teodoro, affidata ai Canonici Lateranensi. Il suo destino fu legato direttamente all'espansione del porto: l'edificio venne demolito nel 1870 per consentire l'apertura della nuova viabilità e la costruzione dei Magazzini Generali, per poi essere ricostruito poco più a monte. Le collezioni del Comune conservano ancora vedute dell'antica San Teodoro, affacciata sul mare prima che le infrastrutture portuali modificassero completamente quel tratto di costa.
Anche Fassolo venne profondamente modificato. La ferrovia separò parti di un borgo che in precedenza costituivano un sistema continuo; scomparve l'antica chiesa di San Lazzaro, nell'area dell'attuale piazzetta Dinegro, mentre l'apertura della nuova viabilità comportò la perdita dell'antico oratorio del Rosario, successivamente ricostruito sulle alture. Restò invece, sulla collina, il complesso di San Francesco da Paola, dei Minimi, anch'esso interessato dalle soppressioni ma sopravvissuto alle trasformazioni.
È un'area nella quale si vede con particolare chiarezza il rapporto fra sviluppo della città industriale e trasformazione della topografia precedente: porto, ferrovia, magazzini, nuove abitazioni e grandi assi viari modificarono non soltanto il paesaggio, ma anche relazioni e percorsi consolidati da secoli.
Principe, Pré e Acquaverde: una città di monasteri quasi scomparsa
Raggiunta la zona di Principe, Paolocci ha mostrato quanto fosse fitta la presenza degli insediamenti religiosi. Attorno ad Acquaverde conventi e monasteri arrivavano quasi a confinare gli uni con gli altri. Durante l'incontro vengono ricordati cinque grandi complessi scomparsi o radicalmente trasformati.
Tra questi figurava San Tommaso, sacrificato alle trasformazioni della zona portuale, insieme a San Michele di Fassolo, al monastero dello Spirito Santo nell'area interessata dalla stazione di Principe e a San Paolo di Pré. Poco distante si trovavano le Clarisse di Nostra Signora della Neve. Il risultato delle successive demolizioni è difficile da immaginare osservando oggi piazza Acquaverde: la conformazione moderna nasconde una precedente geografia caratterizzata dalla presenza quasi continua di grandi proprietà ecclesiastiche.
Salendo verso Castelletto si incontrava il monastero delle Turchine, fondato all'inizio del Seicento e soppresso nel 1866, il cui vasto terreno si estendeva fra la Rondinella, corso Carbonara e le pendici verso corso Firenze. Anche qui la trasformazione delle proprietà monastiche accompagnò la costruzione dei nuovi quartieri residenziali.
L'itinerario è poi tornato verso Pré, toccando Santa Brigida, il monastero delle Carmelitane Scalze di Gesù e Maria, quello di Santa Teresa e il complesso di Sant'Antonio Abate. Non tutti furono semplicemente cancellati: in diversi casi furono proprio i cambiamenti d'uso a conservarne, almeno parzialmente, le strutture. Una chiesa poté diventare filanda, un monastero scuola, un altro collegio o caserma, mentre altre proprietà vennero trasformate in abitazioni.
Questa successione di funzioni è uno degli aspetti più significativi emersi dall'incontro: la città non si costruisce sempre cancellando ciò che esisteva prima. Talvolta lo incorpora, lo frammenta e lo trasforma fino a renderne difficile il riconoscimento.
Da Castelletto a De Ferrari: la nascita del nuovo centro cittadino
Scendendo verso il centro, la ricostruzione ha attraversato la zona di Santa Caterina, dove l'antico convento occupava uno spazio molto più ampio di quello suggerito oggi dalla toponomastica. Parte delle strutture venne inglobata negli edifici civili e Paolocci ha ricordato la presenza, ancora oggi, di testimonianze pittoriche cinquecentesche all'interno del complesso trasformato.
Nell'area di Piccapietra la densità religiosa era nuovamente elevatissima, con chiese, conventi, ospedali e soprattutto oratori: non a caso la memoria delle antiche confraternite sopravvive ancora nel nome di via delle Casacce. Nei pressi di Pammatone si trovava anche l'ospedale di San Colombano, successivamente colpito dalle distruzioni belliche.
Il passaggio verso piazza De Ferrari offre forse l'esempio più spettacolare della sovrapposizione fra città antica e città moderna.
Il grande complesso domenicano di San Domenico occupava l'area sulla quale sorgono oggi il Teatro Carlo Felice e l'Accademia Ligustica. Dopo la soppressione degli ordini religiosi in epoca napoleonica, chiesa e convento ebbero funzioni militari e di deposito; dal 1821 iniziarono le demolizioni previste dal progetto di sistemazione dell'area. Un acquerello di Luigi Garibbo conservato nelle raccolte civiche documenta proprio il cantiere nei primi mesi del 1825. Nel 1828 sarebbe stato completato il Carlo Felice e pochi anni dopo il palazzo dell'Accademia e della Civica Biblioteca.
Poco più a monte, l'apertura di via Roma e della Galleria Mazzini comportò altre demolizioni, fra le quali quelle di San Sebastiano, del Conservatorio di San Giuseppe e di altri edifici religiosi. Anche in questo caso un nuovo asse destinato a diventare uno degli spazi rappresentativi della Genova ottocentesca nacque attraversando una parte della precedente topografia ecclesiastica.
Un caso ancora diverso è quello di Sant'Andrea della Porta. Il monastero medievale, posto presso Porta Soprana, nel 1810 venne trasformato in carcere e sopravvisse fino alle radicali sistemazioni urbanistiche d'inizio Novecento. Fu demolito per la realizzazione di via Dante; soltanto il chiostro venne salvato, smontato nel 1905 e successivamente ricostruito accanto alla Casa di Colombo e a Porta Soprana.
Carignano, una collina segnata dagli ordini religiosi
Da via Fieschi l'itinerario è salito verso Carignano, altra zona nella quale le comunità religiose possedevano grandi insediamenti.
In salita San Leonardo sorgeva il vasto monastero delle Clarisse di San Leonardo, fondato nel Trecento e soppresso alla fine del Settecento. Le fonti dell'Archivio di Stato confermano come il complesso sia stato successivamente utilizzato prima come ospedale militare e poi come caserma.
Poco distante si trovava il noviziato dei Gesuiti di Sant'Ignazio, uno dei casi nei quali la trasformazione non ha comportato la perdita dell'edificio. Il complesso, cresciuto a partire da una villa cinquecentesca acquisita dai Gesuiti nel 1659, dopo la soppressione dell'ordine ebbe diverse destinazioni e fu poi trasformato in caserma. Recuperato a partire dagli anni Ottanta del Novecento, ospita oggi l'Archivio di Stato di Genova.
Paolocci ha proseguito ricordando il monastero di Santa Maria della Rocchetta, quello agostiniano di San Giacomo, Sant'Antonio delle Clarisse, San Bernardino, Santa Chiara e San Bernardo: un insieme che mostra quanto la collina fosse scandita da proprietà e comunità religiose.
Sarzano e Portoria: demolizioni, bombardamenti e nuove strade
Scendendo dal ponte di Carignano verso Sarzano, il percorso ha incontrato Sant'Agostino, San Salvatore, Santa Croce e Santa Maria in Passione. Quest'ultima rappresenta un caso ulteriore: non una demolizione legata alle trasformazioni ottocentesche, ma una distruzione provocata dalla guerra. Le raccolte fotografiche civiche documentano i gravissimi danni subiti dalla chiesa durante un bombardamento del settembre 1944.
L'apertura di via XX Settembre modificò invece profondamente Portoria. Tra gli edifici ricordati da Paolocci figura il monastero di Gesù e Maria della Purificazione, fra l'attuale via XX Settembre e via Ettore Vernazza, successivamente trasformato anche in teatro e infine demolito.
Analoga sorte interessò l'antica chiesa di Nostra Signora del Rimedio, che si trovava presso l'antica via Giulia: la costruzione del nuovo asse cittadino comportò la sua demolizione e la comunità trovò successivamente una nuova sede in piazza Alimonda. La prima pietra dell'attuale chiesa fu posta nel 1900.
Nello stesso tratto della città Paolocci ha ricordato anche la chiesa della Pace e altre strutture religiose dell'area di via Ceccardi, ulteriori tasselli di una Portoria radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi.
Brignole e la Foce
L'ultima parte del percorso ha raggiunto la piana del Bisagno e quindi Brignole. Anche qui erano presenti numerosi conventi. Fra quelli ricordati nell'incontro figura Santa Maria del Rifugio, interessata dalle trasformazioni necessarie alla realizzazione delle infrastrutture ferroviarie, e il complesso di Santo Spirito in via San Vincenzo, passato attraverso utilizzi assistenziali, scolastici e commerciali, ma con la chiesa ancora riconoscibile nel tessuto contemporaneo.
Avvicinandosi alla Foce, la ricostruzione ha raggiunto San Pietro, l'antica San Bernardo al Voto e Santa Zita. Anche quest'ultima permette di osservare il progressivo spostamento della città: il più antico edificio religioso legato alla comunità lucchese si trovava nei pressi del Bisagno; alla fine dell'Ottocento venne edificata la nuova chiesa e il precedente edificio fu successivamente demolito. Una relazione archeologica pubblicata dal Comune colloca la demolizione definitiva della vecchia Santa Zita nel 1914.
Leggere la città attraverso ciò che non c'è più
Il viaggio proposto da Paolocci ha restituito quindi una Genova nella quale storia religiosa e storia urbanistica risultano strettamente intrecciate. Conventi e monasteri non erano elementi isolati inseriti nella città: erano grandi organismi urbani, con chiese, chiostri, orti, giardini, terreni e dipendenze. Potevano determinare la forma di una strada, separare due parti di un quartiere o costituire per secoli un punto di riferimento nella percezione dello spazio.
Quando questa rete si disgregò, soprattutto fra Ottocento e primo Novecento, le sue proprietà offrirono alla città gli spazi sui quali costruire una parte consistente delle nuove infrastrutture. Porto, ferrovia, grandi assi stradali, caserme, scuole, teatri e nuovi quartieri si sono così sovrapposti alla topografia precedente, cancellandola in alcuni casi completamente e lasciandone in altri frammenti ancora riconoscibili.
È proprio il confronto fra cartografia, documenti e immagini storiche a permettere di ricostruire oggi questi passaggi: guardando una mappa del passato non si scopre soltanto dove si trovasse un edificio ormai scomparso, ma si comprende perché una strada abbia assunto una determinata forma, perché un quartiere si sia sviluppato in una certa direzione e quali strutture della città precedente siano nascoste sotto quella contemporanea.
L'incontro si è concluso infine con uno sguardo verso Sampierdarena, dove un altro grande processo di trasformazione vide gli impianti industriali inserirsi nei terreni e nei giardini delle antiche ville. Paolocci ha ricordato il lavoro di censimento di circa settanta ville e la volontà di rendere progressivamente disponibili online dati e materiali: un ulteriore tassello di quella ricostruzione della città attraverso le sue stratificazioni che costituisce il filo conduttore della mostra Il futuro di ieri.
