
Nella Sala del Maggior Consiglio, rimasta piena fino alla conclusione, la serata del 10 settembre ha portato il pubblico dai fondali oceanici all’Artico e all’Antartide, fino alla Luna, a Marte e alla geodesia satellitare. Un percorso nato dalla mostra “Il futuro di ieri” per raccontare come continua, dalle intuizioni di Ignazio Porro alle tecnologie del futuro, la sfida di misurare e rappresentare ciò che è difficile raggiungere.
Una Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale piena fino alla conclusione ha accompagnato, giovedì 10 settembre, “Dagli abissi allo spazio: esplorare per conoscere”, uno degli appuntamenti speciali costruiti attorno a Il futuro di ieri. Una storia di mappe e trasformazioni a Genova. Una serata lunga e densa di contenuti che ha condotto il pubblico dalla superficie della Terra ai fondali oceanici, dall’Artico all’Antartide, per risalire poi verso la Luna, Marte e lo spazio dei satelliti geodetici.
L’incontro, organizzato dall’Ufficio Sistemi Informativi Territoriali del Comune di Genova e dal DICCA – Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica e Ambientale dell’Università di Genova, nasceva da una domanda che attraversa l’intero progetto della mostra: come possiamo conoscere, misurare e rappresentare luoghi che non possiamo osservare facilmente? È la stessa questione che, con strumenti completamente diversi, accompagna la cartografia da secoli e che oggi riguarda tanto le profondità degli oceani quanto le regioni polari e lo spazio. Era anche il tema scelto ufficialmente per la serata, pensata per mettere a confronto ambienti estremi accomunati dalla necessità di sviluppare strumenti sempre più precisi per renderli conoscibili.
L’appuntamento si è inserito in una settimana particolarmente importante per Genova e per le scienze della Terra: dal 7 all’11 settembre la città ha infatti ospitato l’XI Hotine-Marussi Symposium, incontro scientifico internazionale dedicato alla geodesia teorica e metodologica, in occasione del quale Il futuro di ieri è tornata a Palazzo della Borsa con nuovi contenuti e con il programma di conferenze Cartografia in mostra.
Da Ignazio Porro alle nuove frontiere della misura
A guidare la serata sono stati Stefania Traverso, responsabile dei Sistemi Informativi Territoriali del Comune di Genova, e Domenico Sguerso, professore ordinario di Geomatica al DICCA dell’Università di Genova. A loro il compito di tenere insieme esperienze molto diverse attraverso il filo conduttore che aveva ispirato fin dall’inizio l’incontro.
Il punto di partenza non poteva che essere Ignazio Porro, protagonista della parte ottocentesca de Il futuro di ieri: scienziato e inventore che cercò nuovi strumenti e nuovi metodi per rilevare il territorio e che, nella sua cartografia di Genova, utilizzò quella rappresentazione attraverso le curve di livello che oggi appare familiare, ma che allora apparteneva alla frontiera dell’innovazione. Dagli strumenti di Porro a quelli del XXI secolo cambia enormemente la tecnologia, ma non la domanda: trovare il modo più efficace per trasformare lo spazio fisico in conoscenza condivisa. È questo passaggio dalla profondità all’altezza, dal visibile all’inaccessibile, che Traverso e Sguerso hanno posto alla base della serata.
A portare i saluti dell’Amministrazione è stato l’assessore alla Cultura Giacomo Montanari, che ha sottolineato il valore di un progetto nato dal dialogo tra istituzioni e studiosi e la capacità della ricerca storica di generare domande profondamente contemporanee. La figura di Porro diventa così non soltanto materia di una mostra storica, ma l’origine di un percorso che porta a interrogarsi sugli strumenti con cui oggi conosciamo il territorio e sulle forme attraverso le quali il sapere scientifico può diventare patrimonio accessibile a tutti.
È seguito il saluto di Maria Pia Repetto, direttrice del DICCA, intervenuta anche a nome del Rettore dell’Università di Genova e con un ringraziamento al gruppo di Geomatica che ha contribuito alla costruzione del programma.
Franco Malerba: essere esploratori, dall’oceano allo spazio
Il primo viaggio della serata è stato verso l’alto, affidato a Franco Malerba, primo italiano nello spazio e oggi impegnato anche come imprenditore nel settore delle tecnologie per la vita oltre la Terra.
Il 31 luglio 1992 Malerba partì a bordo dello Space Shuttle Atlantis per la missione STS-46, diventando il primo cittadino italiano a raggiungere lo spazio. La missione, durata quasi otto giorni, portò in orbita la piattaforma scientifica europea EURECA e sperimentò il Tethered Satellite System, progetto congiunto NASA-ASI.
Ma il racconto di Malerba è partito ancora più indietro, dalla domanda su cosa spinga l’essere umano a esplorare. Richiamando una conversazione avuta con l’antropologo Marco Aime al Festival dello Spazio di Busalla e la riflessione rinascimentale di Pico della Mirandola, Malerba ha proposto l’immagine di una specie che non possiede un ambiente assegnato una volta per tutte, ma che attraverso cultura e tecnologia modifica continuamente i propri limiti. È così che l’uomo ha imparato ad abitare deserti, oceani, regioni polari e oggi tenta di fare lo stesso nello spazio: indossando tecnologie che diventano, di fatto, parte delle condizioni necessarie alla sopravvivenza.
Da qui il parallelo fra esplorazione subacquea ed esplorazione spaziale, due mondi nei quali l’organismo umano può sopravvivere soltanto grazie a equipaggiamenti complessi. Un rapporto reso particolarmente concreto da un accordo firmato proprio nell’estate 2026 al Festival dello Spazio di Busalla: la Neutral Buoyancy Test Facility di ALTEC, piscina profonda circa cinque metri utilizzata per simulare attraverso il galleggiamento neutro condizioni assimilabili alla gravità ridotta e impiegata negli anni anche per studi sui moduli abitati della Stazione Spaziale Internazionale, verrà trasferita da Torino alla sede ligure di Ocean Reef a Sant’Olcese. Un’infrastruttura nata per lo spazio troverà così nuova vita nell’incontro fra tecnologie spaziali e subacquee.
Un’altra immagine ha permesso a Malerba di sovrapporre idealmente due epoche: il 1992 fu anche l’anno del cinquecentenario del viaggio di Colombo. Le tre caravelle ricostruite per quelle celebrazioni e lo Shuttle con cui Malerba avrebbe raggiunto l’orbita diventavano il simbolo di due stagioni lontanissime e insieme simili della storia dell’esplorazione. Le navigazioni oceaniche trasformarono società ed economie; lo spazio, ha osservato Malerba, sta passando a sua volta da impresa eccezionale a nuova dimensione economica e tecnologica, sempre più presente nella vita quotidiana.
E poi c’è lo spettacolo della Terra vista dall’alto. Malerba ha ricordato come, una volta in orbita, l’attenzione sia stata catturata soprattutto dal nostro pianeta: dalla distribuzione delle luci notturne è possibile leggere la presenza umana e persino intuire differenze nella concentrazione delle attività economiche. Quello sguardo rovescia la prospettiva: si parte per osservare lo spazio e si finisce per scoprire la Terra.
Tornare sulla Luna per restarci
Da quella prima stagione dell’esplorazione umana, il racconto si è spostato sui programmi di oggi. La prospettiva non è più soltanto raggiungere la Luna, lasciare un’impronta e tornare indietro, ma costruire le infrastrutture necessarie a una presenza prolungata. Negli Stati Uniti la nuova impostazione del programma lunare punta esplicitamente a una presenza stabile sulla superficie e allo sviluppo di sistemi energetici in grado di funzionare indipendentemente dall’illuminazione solare. NASA e Department of Energy hanno avviato lo sviluppo di un sistema a fissione per la superficie lunare, mentre l’agenzia ha posto la costruzione di una Moon Base al centro della nuova architettura.
La sfida è immediatamente comprensibile considerando il ciclo lunare: una notte può durare circa 14 giorni terrestri, con temperature estremamente basse. Per abitare stabilmente la Luna occorre quindi garantire energia, protezione, logistica, strutture abitative e una vera filiera di servizi capace di resistere quando il Sole non è disponibile. È in questo contesto che Malerba ha collocato anche le trasformazioni recenti dell’architettura Artemis e il ruolo crescente delle infrastrutture di superficie.
La presenza italiana continua inoltre a essere significativa: Malerba ha richiamato il coinvolgimento nazionale nei programmi di esplorazione lunare e la nuova generazione di astronauti che prosegue un percorso iniziato, per l’Italia, proprio nel 1992.
Coltivare nello spazio: dalle serre di Space V a Marte
Ed è qui che il primo astronauta italiano ha lasciato spazio all’imprenditore. Con Space V, Malerba lavora oggi a un problema apparentemente quotidiano, ma decisivo per ogni presenza umana lontana dalla Terra: produrre cibo.
Il paragone scelto è stato ancora una volta storico. Anche i grandi navigatori del passato dovevano risolvere il problema di alimentare gli equipaggi per mesi; lo scorbuto dimostrò quanto una dieta inadeguata potesse mettere a rischio un’intera spedizione. Per gli astronauti diretti verso Luna o Marte la questione cambia nelle tecnologie, non nella sostanza: una comunità isolata deve essere in grado di produrre una parte crescente del proprio nutrimento sul posto.
Space V sviluppa una serra multipiano adattiva brevettata, nella quale la distanza fra i ripiani di coltivazione può modificarsi seguendo la crescita delle piante. L’obiettivo è utilizzare il volume disponibile nel modo più efficiente possibile, elemento cruciale quando ogni metro cubo trasportato nello spazio ha costi elevatissimi. La società genovese lavora quindi sulla coltivazione in ambiente controllato, sull’idroponica e sull’integrazione fra produzione vegetale e riciclo delle risorse.
Nel modello illustrato durante la serata comparivano anche bioreattori a microalghe, capaci di inserirsi in un ciclo nel quale residui vegetali e nutrienti possono essere recuperati per sostenere nuove coltivazioni. Il principio è quello di un’agricoltura il più possibile circolare, che riduca consumo di acqua, energia, spazio e materiali provenienti dalla Terra.
L’ultima frontiera presentata è stata Mars to Table, la nuova Deep Space Food Challenge della NASA, dedicata alla progettazione di sistemi alimentari completi per missioni di lunga durata e il più possibile indipendenti dai rifornimenti terrestri.
La proposta mostrata a Palazzo Ducale, EYEDEN – Eye-inspired Yielding Ecosystem for Deep-space Exploration and Nutrition, sviluppata con il contributo dell’architetta spaziale Valentina Sumini, immagina un sistema per una futura permanenza umana su Marte: una struttura in cui l’ambiente abitativo e quello destinato alla produzione vegetale diventano parti di un unico ecosistema. Nel concept illustrato, serre multipiano, coltivazione idroponica, bioreattori e robot destinati alla cura delle piante dovrebbero lavorare con un livello molto elevato di autonomia, lasciando all’equipaggio gli interventi realmente necessari.
Il dimensionamento mostrato al pubblico prendeva in considerazione una lunga permanenza marziana, il fabbisogno energetico degli astronauti e un paniere molto ampio di colture: cereali e legumi, patate, pomodori, insalate e verdure a foglia, fragole, erbe aromatiche e altri vegetali. L’astronauta del futuro, nell’immagine proposta da Malerba, dovrà quindi essere anche un po’ agronomo. E tecnologie pensate per Marte possono tornare utili sulla Terra: il prototipo Space V è stato presentato anche a Euroflora proprio come esempio di uso più efficiente di spazio, acqua ed energia.
Maurizio Demarte: il grande territorio ancora sconosciuto è sotto il mare
Dallo spazio lo sguardo è tornato sulla Terra, ma verso una sua parte che rimane sorprendentemente poco conosciuta. Maurizio Demarte, Capitano di Fregata, Capo Reparto Geofisica e GEOMETOC dell’Istituto Idrografico della Marina e coordinatore scientifico del programma High North, ha portato il pubblico sotto la superficie degli oceani e fra i ghiacci polari. Il programma High North è condotto dall’Istituto Idrografico sin dalla prima campagna del 2017.
Il punto di partenza è un apparente paradosso: oltre il 70 per cento del pianeta è ricoperto d’acqua, ma nel 2026 soltanto il 28,7 per cento del fondale oceanico mondiale risulta mappato secondo moderni standard ad alta risoluzione. Il dato presentato da Demarte coincide con quello diffuso nell’aprile 2026 dal progetto internazionale Seabed 2030. Satelliti e modelli globali permettono di ottenere un quadro generale, ma per conoscere davvero morfologia e profondità del fondo sono necessari rilievi acustici effettuati in mare.
Non si può dunque “guardare” il fondo dell’oceano come si osserva la superficie terrestre dallo spazio: occorre raggiungerlo con navi, sonar e strumenti capaci di lavorare in condizioni difficili. Ed è proprio questa necessità di misurare l’invisibile che riportava direttamente al tema della serata e, idealmente, alla ricerca di nuovi strumenti che aveva guidato Porro nell’Ottocento.
High North e il punto più profondo dell’Artico
Una parte consistente dell’intervento è stata dedicata all’Artico, ambiente nel quale la difficoltà della ricerca cresce ulteriormente. Le rotte diventano accessibili in modo diverso rispetto al passato, mentre la forte riduzione del ghiaccio osservata negli ultimi decenni modifica un ambiente già estremamente complesso da navigare. Non tutte le navi possono affrontarlo e la formazione degli equipaggi, la conoscenza del territorio e la capacità di operare in sicurezza diventano parte della ricerca stessa.
High North combina esplorazione e mappatura, monitoraggio ambientale, attività scientifica, educazione e familiarizzazione con un ambiente in cui perfino elementi apparentemente banali — come vivere per settimane con il Sole sempre sopra l’orizzonte — incidono sul lavoro delle persone. Durante le campagne vengono effettuati anche campionamenti diretti del ghiaccio per studiarne caratteristiche fisiche come granulometria, resistenza alla penetrazione, densità e salinità.
Fra i risultati più spettacolari c’è la mappatura del Molloy Hole, nello Stretto di Fram, il punto più profondo conosciuto dell’Oceano Artico. Le campagne High North ne hanno prodotto un modello morfologico ad alta risoluzione, raggiungendo profondità superiori ai 5.500 metri in un’area che per gran parte dell’anno è resa inaccessibile dalla banchisa.
Demarte ha mostrato così che esplorare non significa semplicemente “andare” in un luogo ancora poco conosciuto: significa raccogliere dati abbastanza precisi perché quel luogo possa entrare in una carta, essere studiato, confrontato nel tempo e infine compreso.
Nave Quirinale, una nuova piattaforma per la ricerca
Lo sguardo è andato anche al futuro prossimo dell’idrografia italiana con nave Quirinale, la nuova unità idro-oceanografica maggiore della Marina Militare. Lunga circa 110 metri, con un dislocamento di circa 6.000 tonnellate e capacità di imbarcare fino a 140 persone tra equipaggio e personale scientifico, è progettata per operare anche in climi estremi e dispone di strumentazione per rilievi idrografici, oceanografici e geofisici, oltre a veicoli autonomi subacquei e di superficie. La consegna alla Marina è prevista nel secondo semestre del 2027; Demarte ha indicato nel 2028 l’orizzonte delle prime attività operative di ricerca.
A chiudere il suo intervento è stato un video dedicato alle campagne polari: immagini che hanno restituito, insieme ai risultati scientifici, la fatica materiale e il fascino di una ricerca condotta in luoghi nei quali il margine tra capacità tecnologica e limite ambientale rimane sempre evidente.
Emanuele Magi: l’Antartide, laboratorio naturale del futuro
Dall’Artico si è passati all’altro estremo del pianeta con Emanuele Magi, docente dell’Università di Genova e direttore del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale, protagonista di tre missioni in Antartide, l’ultima nel 2022.
L’Antartide è un continente, non semplicemente una distesa di ghiaccio galleggiante: ha dimensioni paragonabili a circa una volta e mezza quelle dell’Europa ed è ricoperto quasi interamente da una calotta che custodisce la grande maggioranza dell’acqua dolce ghiacciata del pianeta. Due grandi masse glaciali, quella orientale e quella occidentale, sono separate dalla catena Transantartica. Intorno al continente, il ghiaccio marino segue invece un ciclo stagionale di espansione e ritiro: acqua salata che congela e forma la banchisa, diversa dagli iceberg costituiti da ghiaccio continentale di acqua dolce.
La ricerca italiana dispone di un sistema articolato di infrastrutture: la stazione Mario Zucchelli, sulla costa del Mare di Ross, operativa durante l’estate australe; Concordia, stazione italo-francese sul plateau antartico a oltre 3.200 metri di quota e aperta tutto l’anno; e la rompighiaccio Laura Bassi, unica nave italiana in grado di operare nei mari polari.
L’Antartide è protetto da un particolare sistema internazionale che ne fa un territorio dedicato alla pace e alla scienza. Il Protocollo di Madrid vieta le attività relative alle risorse minerarie salvo quelle con finalità scientifica. Non esiste, come talvolta viene erroneamente affermato, una “scadenza” del sistema nel 2048: da quell’anno potrà eventualmente essere richiesta una conferenza di revisione del Protocollo, che resta comunque sottoposta a condizioni molto stringenti.
Leggere centinaia di migliaia di anni dentro il ghiaccio
Fra le immagini più efficaci dell’intervento di Magi c’è stata quella delle carote di ghiaccio. Perforando la calotta fino a profondità dell’ordine dei chilometri si estraggono cilindri nei quali ogni strato conserva informazioni sull’atmosfera e sul clima del passato. Minuscole bolle d’aria rimaste intrappolate nel ghiaccio permettono di misurare la composizione dell’atmosfera antica e ricostruire, tra l’altro, l’andamento della concentrazione di anidride carbonica.
Magi ha richiamato la grande sequenza climatica ricostruita attraverso le perforazioni antartiche, capace di restituire informazioni su circa 800.000 anni di storia del pianeta e di rendere immediatamente evidente, nel confronto, l’eccezionalità dell’aumento recente delle concentrazioni di gas serra.
Il continente diventa così un enorme archivio naturale: conoscere ciò che è accaduto nel passato significa costruire modelli migliori per interpretare il presente e il futuro. Ed è questa, più ancora della distanza geografica, la ragione per cui tante nazioni mantengono basi e programmi scientifici in uno dei luoghi più difficili del pianeta.
Sotto il ghiaccio, la vita
L’esplorazione antartica prosegue anche sotto la superficie. Nei pressi della stazione Mario Zucchelli, quando il pack impedisce la navigazione costiera, vengono realizzati grandi fori attraverso il ghiaccio marino per accedere all’acqua sottostante, immergere strumenti e raccogliere campioni. È una pratica effettivamente utilizzata dal Programma Nazionale di Ricerche in Antartide per sostenere le ricerche di biologia marina.
Sotto quel ghiaccio la vita è tutt’altro che assente. Fra gli organismi ricordati da Magi figurano i pesci ghiaccio, gruppo straordinario di vertebrati antartici caratterizzato, in alcune specie, dall’assenza di emoglobina nel sangue. Attorno alle aree di ricerca compaiono pinguini, foche e un ecosistema apparentemente remoto ma non impermeabile alle conseguenze dell’attività umana.
MATISSE: cercare le nostre tracce anche nel Mare di Ross
Proprio questo è il tema di MATISSE – Contaminanti emergenti nel Mare di Ross: distribuzione, sorgenti e rischi ecotossicologici, progetto del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide di cui Emanuele Magi è stato responsabile scientifico.
La ricerca ha cercato sostanze presenti a concentrazioni piccolissime — farmaci, prodotti per la cura personale, composti perfluorurati, interferenti endocrini, ritardanti di fiamma e altri contaminanti emergenti — analizzando acqua di mare, sedimenti, pack, organismi e microplastiche. La difficoltà è duplice: capire se queste sostanze siano arrivate anche in uno degli ecosistemi più remoti del pianeta e, quando vengono trovate, ricostruirne sorgenti e possibili effetti ecotossicologici.
Magi ha raccontato anche il lavoro sul campo, gli spostamenti in elicottero verso località come Cape Washington, la raccolta dei campioni e il loro successivo invio ai laboratori. Dietro ogni risultato pubblicato c’è dunque una catena logistica complessa che parte da Genova, attraversa la Nuova Zelanda e raggiunge uno dei luoghi più isolati del mondo.
Il racconto scientifico si è intrecciato infine con quello dell’esplorazione antartica. Le spedizioni di Amundsen e Scott, l’incredibile sopravvivenza dei sei uomini della Northern Party guidata da Victor Campbell, rimasti isolati dopo che il ghiaccio aveva impedito alla nave di recuperarli, e poi l’impresa di Ernest Shackleton e dell’Endurance restituiscono la misura delle difficoltà affrontate dai primi esploratori. Il relitto dell’Endurance, schiacciata dai ghiacci e affondata nel 1915, è stato ritrovato nel 2022 a 3.008 metri di profondità nel Mare di Weddell: ancora una volta, una storia di esplorazione del passato riemersa grazie alle tecnologie del presente.
Gaia Fusco: Genesis, misurare la Terra al millimetro
L’ultima tappa della serata ha riportato il pubblico nello spazio, questa volta non per andare alla ricerca di un altro mondo, ma per misurare meglio il nostro.
A chiudere la successione degli interventi è stata Gaia Fusco, Genesis System and Operations Manager dell’Agenzia Spaziale Europea, con la presentazione della missione satellitare geodetica Genesis.
Il problema da cui nasce la missione sembra elementare: per poter dire con precisione dove si trova un punto, occorre sapere rispetto a che cosa lo stiamo misurando. Ma la Terra non è un oggetto immobile e rigido. Le placche tettoniche si spostano, il centro di massa cambia, il livello dei mari varia e ogni punto della superficie è soggetto a movimenti. È quindi necessario disporre di un sistema di riferimento terrestre estremamente stabile e continuamente aggiornato: l’International Terrestrial Reference Frame, ITRF.
Genesis punta a contribuire alla realizzazione di un sistema di riferimento con un’accuratezza di un millimetro e una stabilità a lungo termine di 0,1 millimetri all’anno. Numeri che possono sembrare estremi, ma dai quali dipende la qualità di moltissimi altri sistemi: navigazione satellitare, rilievi, osservazione della Terra, monitoraggio del livello del mare, studio dei cambiamenti climatici, gestione del territorio, meteorologia e analisi dei rischi naturali.
Quattro tecniche su un solo satellite
La novità fondamentale di Genesis consiste nel riunire per la prima volta sullo stesso satellite le quattro principali tecniche geodetiche spaziali che concorrono alla costruzione dell’ITRF: GNSS, SLR, DORIS e VLBI.
Il ricevitore GNSS consente di determinare con estrema precisione l’orbita del satellite attraverso i segnali delle costellazioni di navigazione; lo Satellite Laser Ranging utilizza impulsi laser inviati da terra e riflessi dal satellite; DORIS riceve a bordo segnali radio trasmessi da una rete di beacon terrestri; la VLBI, interferometria a lunghissima base, collega invece la misura terrestre a sorgenti radio astronomiche estremamente lontane.
Ciascuna tecnica possiede punti di forza e piccoli errori sistematici propri. Collocarle insieme su una piattaforma unica, calibrata e sincronizzata, permette di confrontarle direttamente e correggere parte di questi bias. È questo il principio che trasforma Genesis in una sorta di osservatorio geodetico volante. Il satellite opererà a circa 6.000 chilometri di quota.
Fusco ha mostrato anche l’architettura del veicolo, articolata in un modulo di piattaforma e in un modulo dedicato al payload geodetico: sulla parte superiore trovano posto le antenne e gli strumenti, mentre due pannelli solari provvedono all’alimentazione. Il satellite sarà stabilizzato sui tre assi e manterrà il proprio orientamento verso la Terra.
La missione ha inoltre una forte componente italiana all’interno di un programma europeo. La roadmap presentata a Palazzo Ducale indicava il 2029 come orizzonte per il lancio, seguito da due anni di operazioni con possibilità di estensione fino a cinque. L’obiettivo ultimo è apparentemente astratto, ma entra nella vita quotidiana di miliardi di persone: sapere, con precisione sempre maggiore, dove siamo.
Dalla carta ottocentesca a un pianeta misurato dallo spazio
Alla fine del percorso, gli abissi e lo spazio sono apparsi meno distanti di quanto sembrassero all’inizio.
Per conoscere un fondale nascosto da migliaia di metri d’acqua occorrono sonar, navi, robot e campagne di misura. Per ricostruire il clima di centinaia di migliaia di anni fa bisogna perforare chilometri di ghiaccio e leggere l’aria imprigionata al suo interno. Per vivere sulla Luna o su Marte occorre trasformare l’habitat umano in un sistema tecnologico capace di produrre energia, acqua e cibo. Per stabilire con precisione millimetrica la posizione di un punto sulla Terra occorre infine portare nello spazio un laboratorio che combini quattro differenti tecniche geodetiche.
Sono problemi diversissimi, ma tutti partono dallo stesso gesto: misurare per conoscere.
È anche la ragione per cui una serata dedicata all’Artico, all’Antartide, agli oceani e allo spazio appartiene pienamente al percorso de Il futuro di ieri. La mostra parte dalle mappe storiche e dall’opera di Ignazio Porro, ma utilizza quella storia per raccontare qualcosa che non si è mai interrotto: la ricerca di strumenti capaci di ampliare ciò che l’essere umano può osservare, rappresentare e comprendere. Da una curva di livello tracciata nell’Ottocento a un satellite capace di misurare la Terra al millimetro, cambia la tecnologia. Rimane la stessa necessità di trasformare l’ignoto in conoscenza condivisa.
La Sala del Maggior Consiglio, piena dall’apertura fino alla conclusione dei quattro interventi, ha dato anche una risposta alla seconda sfida che attraversava il progetto: fare in modo che conoscenze altamente specialistiche potessero uscire dai laboratori, dalle navi di ricerca e dai congressi scientifici per essere raccontate a una città intera.
