
Dopo oltre 350 anni, le sei tele superstiti degli Apostoli di Procaccini si riuniscono nei Musei di Strada Nuova
Apre sabato 7 marzo, e rimarrà allestita fino al 19 luglio nei Musei di Strada Nuova - Palazzo Rosso, la mostra Giulio Cesare Procaccini. Gli Apostoli riuniti, a cura di Raffaella Besta, Odette D’Albo, autrice con Hugh Brigstocke della monografia dedicata al pittore (2020), e Marco Franzone, cui si deve il ritrovamento dei dipinti con San Pietro e San Bartolomeo, oggi in due differenti collezioni private.
L’esposizione, realizzata con il supporto della Galleria Goldfinch Fine Arts, è un’occasione eccezionale per riunire, dopo oltre 350 anni, le sei tele superstiti della straordinaria serie degli Apostoli commissionata a Giulio Cesare Procaccini (1574-1625) dal patrizio genovese Giovan Carlo Doria (1576-1625), suo più importante committente, mentre i dipinti raffiguranti San Pietro e San Bartolomeo vengono presentati al pubblico per la prima volta.
«La riunione di tutti gli Apostoli di Procaccini attualmente noti, sei dei dodici realizzati dall’artista, non è soltanto un evento espositivo di rilievo internazionale, ma un atto di ricomposizione della memoria artistica della città – sottolinea l’assessore alla Cultura – Esporre insieme queste opere dopo oltre tre secoli, significa restituire al pubblico un frammento fondamentale della nostra identità culturale e del collezionismo genovese del Seicento. Palazzo Rosso e i musei genovesi si confermano così luogo privilegiato di studio, valorizzazione e dialogo tra istituzioni pubbliche e realtà private, in un progetto che unisce ricerca scientifica, tutela e grande divulgazione. Giovan Carlo Doria è stato un personaggio dalla personalità straordinaria come raccontano inequivocabilmente le sue passioni artistiche, il suo rapporto personale e strettissimo con grandi pittori del suo tempo come Simon Vouet, Pieter Paul Rubens e lo stesso Procaccini. Proprio il pittore emiliano “naturalizzato” lombardo diventa una delle sue passioni più travolgenti, tanto da spingere l’aristocratico genovese a raccogliere decine di suoi dipinti nella sua sterminata galleria di tele. Questo incontro pittorico è, in conclusione, un invito a riscoprire il ruolo di una Genova città della cultura, che è stata e può essere ancora capace di grande committenza artistica, soprattutto nelle età di repentino cambiamento come fu il primo Seicento e come è la nostra epoca attuale».
La mostra è anche un’occasione per approfondire lo straordinario rapporto tra Procaccini — maestro capace di fondere la grazia di Antonio da Correggio e Parmigianino con l’esuberante energia di Pieter Paul Rubens — e Doria, uomo di cospicue ricchezze, terzo figlio dell’abile mercante e doge Agostino Doria e tra i più raffinati collezionisti della Genova di primo Seicento.
Nel suo palazzo in vico del Gelsomino (oggi vico Monte di Pietà), non più esistente, Giovan Carlo Doria giunse a radunare oltre 60 opere di Procaccini, contribuendo in modo determinante alla diffusione del suo linguaggio nella pittura genovese del XVII secolo, da Bernardo Strozzi a Domenico Piola. Secondo le fonti, nel 1618 Procaccini soggiornò presso il collezionista per eseguire la sua più prestigiosa commissione nella Superba: la monumentale Ultima Cena per la chiesa della Basilica della Santissima Annunziata del Vastato.
Entro il 1621, Doria commissionò al pittore un grandioso ciclo raffigurante i dodici Apostoli, in origine completato dalle effigi di Cristo e della Vergine. L’idea, verosimilmente, si ispirava al celebre ciclo realizzato da Pieter Paul Rubens per il duca di Lerma tra il 1610 e il 1612, oggi conservato al Museo del Prado.
Dopo la morte del collezionista e del suo unico figlio, le raccolte vennero divise tra gli eredi e con esse gli Apostoli, ricordati per l’ultima volta ancora uniti nel 1674. In seguito alla dispersione, alcune tele andarono perdute o risultano tuttora irreperibili, mentre quattro — San Simone (o San Giuda Taddeo), San Paolo, San Matteo e San Tommaso — entrarono nel 1874 nelle collezioni di Palazzo Rosso.
