
Il tema discusso nel master degree in Architectural Composition. Assessora Coppola: «Non solo prigioni, ma anche vuoti urbani da rigenerare»
Pensare all’architettura non come la mera produzione di edifici, ma come un atto sociale, etico e culturale in cui il carcere diventa la lente con cui confrontarsi con istituzioni complesse e le controversie della società, interrogando il modo in cui lo spazio dà forma alle idee di giustizia, potere, controllo, dignità e alla possibilità di reintegrazione.
“Prisoners in Genoa”, è questo il tema sul quale si sono confrontati gli studenti e le studentesse del master degree in Architectural Composition, che per la lezione odierna si sono confrontati non solo sulle strutture carcerarie in sé, ma anche sul loro essere parte integrante del tessuto storico, geografico e urbano di una città.
Alla lezione del professor Vittorio Pizzigoni del DAD ha preso parte anche l’assessora all’Urbanistica Francesca Coppola: «Sono rimasta molto colpita dalla qualità della discussione e delle riflessioni emerse questa mattina. Partendo dal tema del carcere, studenti e studentesse hanno lavorato sul carcere come città nella città: un luogo che non può essere pensato isolato, ma in relazione con il contesto storico, geografico e urbano, e soprattutto con la comunità. Il loro lavoro ha messo al centro l’abitare come costruzione di legami, immaginando connessioni possibili tra dentro e fuori, tra spazi e persone. È stato un esercizio prezioso per accendere una luce su ciò che troppo spesso viene messo per ultimo: la condizione dell’abitare, la dignità quotidiana e la possibilità di reintegrazione, che passano anche dalla capacità di una città di includere e prendersi cura».






